C’è un filo rosso che unisce quasi tutte le conversazioni serie sulla Pubblica Amministrazione contemporanea: il modo in cui gestiamo i dati. Non è un tema “da tecnici”, confinato agli uffici ICT: riguarda la qualità delle decisioni, la trasparenza verso i cittadini, la capacità di reagire alle crisi e di progettare politiche pubbliche che funzionano davvero.
L’interoperabilità – la capacità dei sistemi di parlarsi tra loro – e gli Open Data – la scelta di aprire il patrimonio informativo pubblico al riuso – sono i due volti di questa stessa sfida. Da un lato, permettono agli uffici di smettere di rincorrere certificati, allegati e duplicazioni infinite di informazioni; dall’altro, trasformano i dati in un bene comune, che può alimentare innovazione, ricerca, controllo diffuso sull’azione amministrativa.
Il nuovo report del Centro Studi Paul H. Appleby parte da una constatazione semplice ma spesso scomoda: non basta più “fare la norma” o “fare il progetto tecnico”. Negli ultimi anni il legislatore ha costruito un quadro articolato – dal Codice dell’Amministrazione Digitale alle linee guida AgID, dalla direttiva Open Data alla NIS2 sulla cybersecurity – che spinge gli enti locali verso la condivisione sicura dei dati e la loro apertura.
Eppure, nei territori, la distanza tra carta e realtà resta ampia: basi dati non allineate, progetti che faticano a dialogare, cataloghi di Open Data popolati a fatica e spesso poco utilizzati.
La letteratura accademica che il report mette a sistema ci aiuta a capire il perché. Quando l’interoperabilità viene ridotta a un problema di “cavi e protocolli”, e gli Open Data a un adempimento formale da spuntare, il risultato è quasi sempre deludente. I casi di successo – in Italia e in Europa – raccontano una storia diversa: l’interoperabilità come infrastruttura istituzionale e non solo informatica, gli Open Data come scelta politica e culturale prima ancora che tecnica.
In questa prospettiva, il Comune non è più un’isola, ma un nodo di una rete che collega anagrafe, tributi, urbanistica, welfare locale, scuola, sanità territoriale. La PDND e il Modello di Interoperabilità non sono semplici “piattaforme nazionali”, ma strumenti che permettono agli enti di smettere di reinventare la ruota ogni volta, adottando regole comuni, API condivise, modelli di cooperazione più maturi.
C’è poi un tema di fiducia. I cittadini giudicano la PA non solo da ciò che dichiara, ma da quello che sperimentano ogni giorno: tempi di risposta, chiarezza delle procedure, facilità di accesso ai servizi. Interoperabilità e dati aperti, se governati con responsabilità, possono accorciare la distanza tra aspettative e realtà: riducendo oneri inutili, rendendo comprensibili scelte e numeri, permettendo a giornalisti, ricercatori, associazioni di leggere e discutere i dati del territorio.
Il Centro Studi Appleby propone questo report come invito a un salto di qualità: passare dalla logica della mera compliance alla costruzione di una vera “cultura del dato pubblico”. Significa mettere al centro ruoli come il Responsabile per la Transizione Digitale, i data steward, il DPO; aprirsi al dialogo con università e centri di ricerca; coinvolgere imprese e società civile nella scelta dei dataset da valorizzare; misurare gli effetti concreti dei progetti, non solo il numero di adempimenti assolti.
Non si tratta di aggiungere un altro “peso” sulle spalle dei Comuni, ma di usare meglio ciò che già esiste: norme, piattaforme, competenze sparse nel sistema. In un contesto fatto di risorse limitate e richieste crescenti, il modo in cui governiamo i dati può fare la differenza tra un’amministrazione che rincorre i problemi ed una che li anticipa.
Approfondisci quadro normativo, casi di studio e indicazioni operative per gli enti locali leggendo il report integrale del Centro Studi Paul H. Appleby: “Interoperabilità ed Open Data negli Enti Locali”.










