Perché il nuovo Fondo Nazionale Connettività è l’ultima chiamata

Autore

Centro Studi Paul H. Appleby

Data

23 Febbraio 2026


Dal primo piano BUL al sogno del gigabit
Quando nel 2015 è nata la Strategia italiana per la Banda Ultra Larga, l’obiettivo sembra chiaro: portare le connessioni veloci anche dove il mercato non arriva, nelle cosiddette aree bianche, con un grande intervento pubblico. Nei documenti ufficiali il linguaggio è quello della “Gigabit Society”, dei diritti di cittadinanza digitale, della riduzione del divario tra centri urbani e periferie.
Nel corso degli anni la strategia si arricchisce: si affiancano i piani per le scuole, per la sanità, i voucher per famiglie e imprese, fino ad arrivare al Piano “Italia a 1 Giga”, finanziato con il PNRR, che promette almeno 1 Gbit/s a quasi tutto il Paese entro il 2026. L’Italia sembra finalmente allineata alla traiettoria europea del Digital Compass 2030: copertura gigabit “ovunque” entro il decennio.

Italia a 1 Giga: un piano ambizioso su fondamenta fragili
“Italia a 1 Giga” nasce per coprire i buchi lasciati dai piani precedenti: non più solo aree bianche, ma anche quelle grigie e nere dove il mercato non garantisce velocità adeguate. L’idea è semplice: se una unità immobiliare non è coperta – né verrà coperta entro pochi anni – da una rete in grado di superare i 300 Mbit/s, allora lo Stato interviene con contributi agli operatori.
Il piano però poggia su una condizione cruciale: sapere esattamente dove sono queste unità immobiliari, cioè disporre di una base di numeri civici affidabile, completa, geolocalizzata. In teoria, la mappatura dovrebbe dirci quali indirizzi sono coperti, quali lo saranno, e quali resteranno scoperti senza aiuto pubblico. In pratica, proprio qui il sistema inizia a scricchiolare.

La “caccia al civico” che ha fatto deragliare i piani
Nel 2025, quando si prova a fare il punto vero sulla copertura, emergono numeri che raccontano una storia diversa da quella delle slide. La nuova mappatura nazionale delle reti fisse a banda ultra larga mette in luce circa 3,6 milioni di civici non coperti entro il 2028 o serviti solo da tecnologie incapaci di superare i 300 Mbit/s in download.
Ancora più impressionante è scoprire che quasi un milione di questi indirizzi non compariva proprio nelle mappature precedenti: numeri civici “invisibili” al sistema fino a quel momento, ma ben reali per chi ci abita o ci lavora. A questi si aggiunge un altro dato imbarazzante: centinaia di migliaia di civici hanno coordinate di qualità insufficiente per dire se sono davvero vicini (o lontani) da una rete esistente. In altre parole, non si è in grado di capire se li si può collegare facilmente o no.
Il caso simbolo è quello dei 707.000 civici del Piano Italia a 1 Giga che l’operatore aggiudicatario dichiara di non riuscire a collegare entro il 30 giugno 2026. Una parte consistente di questi indirizzi, rivisti nella
mappatura 2025, risulta ancora non coperta nemmeno nel 2030. Il risultato è un paradosso: un piano nato per chiudere il digital divide produce una nuova “classe” di civici problematici (gli esodati?), sospesi tra mappe che li danno coperti, condizioni tecniche che li rendono non collegabili nei tempi e coordinate che non consentono scelte accurate.

Il Fondo Nazionale Connettività: seconda chance o toppa?
Nel 2026 entra in scena il Fondo Nazionale Connettività, finanziato dal PNRR e affidato a Invitalia come soggetto attuatore. Il nuovo Piano, appena messo in consultazione pubblica, si propone di garantire ad ogni unità immobiliare ancora “indietro” una velocità di almeno 1 Gbit/s in download e 200 Mbit/s in upload nelle ore di punta.
La soglia chiave resta quella dei 300 Mbit/s: tutte le unità che, in base alla mappatura aggiornata al 2030, non superano questa soglia diventano potenziali destinatarie di aiuto pubblico. Il perimetro individuato è di poco più di 1,8 milioni di civici ammissibili: è lì che confluiranno i 733 milioni di euro del Fondo, con gare pubbliche, lotti, penali e clausole di recupero degli extra-profitti.
Si può leggere questo Piano in due modi. Da un lato è una seconda opportunità per chiudere davvero il gap, anche recuperando i “danni collaterali” di Italia a 1 Giga. Dall’altro rischia di essere percepito come una toppa tecnica su un problema che è prima di tutto di qualità dei dati: se la base civici resta fragile, anche il Fondo Nazionale Connettività finirà per inseguire indirizzi sbagliati, numeri incoerenti, coordinate fantasiose.

ANNCSU PNRR: il catasto civici che mancava
In questo quadro entra un attore che finora è rimasto sullo sfondo del dibattito pubblico, ma che potrebbe rivelarsi decisivo: l’ANNCSU, l’Archivio Nazionale dei Numeri Civici delle Strade Urbane. Con un avviso specifico finanziato dal PNRR, ai Comuni è stato chiesto di fare ciò che avrebbe dovuto essere fatto prima di qualunque piano a un giga: verificare, completare e georeferenziare in modo puntuale tutti i civici italiani.
Non si tratta più di avere solo stringhe di indirizzo (via, numero, interno), ma di associare a ogni civico un punto preciso nello spazio, con coordinate affidabili, in un archivio nazionale condiviso. È un lavoro meticoloso, che richiede competenze tecniche, collaborazione tra uffici comunali, strumenti GIS, ma che alla fine produce il bene più prezioso per qualsiasi politica di rete: una mappa reale del territorio, allineata con la realtà fisica e con le banche dati statali.
Se questo processo andrà in porto con il successo sperato, l’ANNCSU diventerà la nuova “spina dorsale” delle prossime mappature BUL: niente più civici fantasma che compaiono a metà piano, niente più indirizzi con coordinate inaffidabili, niente più esclusioni basate su singolari interpretazioni di “prossimità”. Il Fondo Nazionale Connettività e i futuri interventi potranno finalmente poggiare su un catasto civici degno del nome.

Una lezione per la politica digitale: prima gli indirizzi, poi la fibra
La storia dei piani BUL, di Italia a 1 Giga e ora del Fondo Nazionale Connettività insegna che non basta parlare di gigabit, milestone europee e miliardi del PNRR per fare buona politica digitale. La fibra, come ogni infrastruttura, ha bisogno prima di tutto di un territorio “conosciuto”: strade, numeri civici, coordinate.
Per anni abbiamo dato per scontato che questi dati di base esistessero già, fossero affidabili, aggiornati, interoperabili. La cronaca degli ultimi anni dice il contrario: gli errori sugli indirizzi hanno pesato quanto i ritardi nei cantieri, se non di più, e hanno contribuito a generare cittadini ufficialmente “coperti” che in realtà restano senza connessione adeguata.
Il nuovo Fondo e l’ANNCSU PNRR aprono una finestra di opportunità. Se politica nazionale, operatori e Comuni sapranno usarla per mettere ordine nella geografia dei civici, il prossimo piano a un giga potrà finalmente partire dalla realtà, non da un file Excel. In caso contrario, continueremo a raccontarci di vivere in un Paese
connesso a 1 Gbit/s, mentre molti resteranno fermi a un dato di fatto molto più prosaico: il loro numero civico, per lo Stato, semplicemente non esiste.

Approfindimento dell’ Ing. Massimo PolettiEsperto di trasformazione digitale, ICT e sicurezza informatica nella PA. Ex Dirigente IT (CIO), RTD e CISO presso Comune di Ferrara. Docente in master executive.