Una riflessione che viene da oltre vent’anni di osservazione diretta sul campo e che il Centro Studi Paul H. Appleby sente il dovere di condividere con chiarezza.
Nei Comuni italiani, soprattutto in quelli piccoli e piccolissimi, si è consolidato nel tempo un divario che non possiamo più ignorare: quello tra chi governa e chi amministra. Da un lato, funzionari e dipendenti pubblici che ogni giorno studiano, si aggiornano, assumono responsabilità tecniche, penali e contabili, e che tengono in piedi (spesso in silenzio e senza alcun riconoscimento pubblico) la macchina amministrativa da cui dipendono i servizi reali ai cittadini. Dall’altro, una classe dirigente eletta che troppo spesso non conosce le materie di cui è responsabile, non partecipa agli eventi formativi disponibili, riducendo il mandato istituzionale ad una gestione di equilibri personali e di coalizione.
Non si tratta di una critica ideologica alla democrazia rappresentativa né di una generalizzazione ingenerosa. Si tratta di un’osservazione empirica, replicata in decine di contesti diversi: sindaci, assessori e consiglieri che non padroneggiano i fondamentali del diritto amministrativo, della finanza pubblica, della trasformazione digitale o della normativa sulla protezione dei dati. Materie che invece i loro funzionari conoscono, applicano e (quando necessario) difendono davanti agli organi di controllo, assumendosi responsabilità che la legge attribuisce, in via primaria, proprio all’organo politico.
Il quadro normativo di riferimento è inequivocabile. Il D.Lgs. 267/2000 (TUEL) stabilisce con chiarezza la distinzione tra indirizzo politico-amministrativo, spettante agli organi di governo, e gestione amministrativa, affidata ai dirigenti e funzionari. L’articolo 107 del TUEL attribuisce ai dirigenti la responsabilità degli atti gestionali, ma presuppone che l’indirizzo politico sia formulato con cognizione di causa, coerenza programmatica e competenza di contesto. Quando questo presupposto viene meno, l’intera architettura della separazione dei poteri locali si incrina, e la responsabilità diffusa diventa responsabilità di nessuno.
A questo si aggiunge il tema etico, spesso trascurato nel dibattito pubblico. Il Codice di comportamento dei dipendenti pubblici (D.P.R. 62/2013) e i codici etici adottati dai singoli enti impongono (a funzionari e dipendenti) standard precisi di condotta, aggiornamento professionale e imparzialità. Nessun obbligo analogo è previsto per gli amministratori eletti, i quali possono insediarsi e governare senza aver mai dimostrato alcuna competenza nelle materie delegate. Questa asimmetria normativa non è solo una lacuna tecnica ma è una contraddizione valoriale che mina la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e che svilisce il lavoro di chi quelle istituzioni le sostiene ogni giorno dall’interno.
Il problema si aggrava ulteriormente quando si osserva la struttura concreta del potere locale. La Legge 81/1993, introducendo l’elezione diretta del sindaco, ha rafforzato la legittimità democratica degli organi esecutivi, ma non ha risolto il nodo della competenza minima richiesta per governare. In un piccolo Comune, una volta eletto il sindaco, il sistema diventa di fatto monodiretto per anni: l’opposizione consiliare riceve spesso le informazioni fuori dai termini previsti (in violazione dei regolamenti consiliari e dei principi di trasparenza sanciti dal D.Lgs. 33/2013), con margini di intervento reale ridotti al minimo. E laddove l’alternanza politica esiste, si tratta frequentemente di un’alternanza di facciata tra reti familiari ed amicali consolidate, non di un ricambio genuino di visione, competenza ed interesse pubblico.
In questo contesto, il peso reale della continuità amministrativa ricade interamente sui funzionari, infatti sono proprio loro a garantire che un atto sia legittimo, che un appalto rispetti il Codice dei contratti pubblici (D.Lgs. 36/2023), che i dati dei cittadini siano trattati in conformità al GDPR, che le scadenze normative vengano rispettate, che il Piano Triennale per l’informatica nella PA trovi applicazione concreta. Lo fanno con senso del dovere, con aggiornamento continuo, con una professionalità che il sistema non valorizza abbastanza e che la politica locale (troppo spesso) non sa nemmeno riconoscere.
Come Centro Studi riteniamo che questo squilibrio sia un problema democratico e istituzionale reale, che merita un dibattito serio. Non basta farsi eleggere: occorre essere all’altezza di ciò che si governa. La formazione obbligatoria per gli amministratori eletti, la separazione effettiva tra indirizzo politico e gestione tecnica già prevista dal TUEL ma sistematicamente disapplicata, la responsabilità di mandato misurabile e pubblica ai sensi dei principi di buona amministrazione ex articolo 97 della Costituzione: non sono proposte radicali, sono condizioni minime di buona amministrazione e di rispetto verso chi quella amministrazione la porta avanti ogni giorno.
Finché non affronteremo queste questioni con coraggio istituzionale, continueremo a scaricare tutto il peso su chi (ogni mattina, senza riflettori e senza tutele adeguate) sceglie la competenza.










